Come tutti sappiamo, i prodotti per la pulizia della casa, come pure i detersivi per lavatrice e i prodotti per il lavaggio del bucato a mano, sono tutti molto inquinanti a causa dei fosfati che contengono.
A tale proposito, l’UE (Unione Europea) ha stabilito che dal 2013 la percentuale massima di fosfati presenti in un prodotto per la pulizia della casa, non può sperare il 5% del prodotto stesso. Mentre dal 2015, lo stesso provvedimento entrerà in vigore anche per i prodotti per lavare le stoviglie.
Qui di seguito un’ottima ricetta per fare in casa un detersivo per lavatrice ecologico che non inquina, così da non favorire la diffusione di prodotti nocivi per noi e per il nostro ambiente, per risparmiare e sicuramente per lavare meglio i nostri panni e tenere sempre pulita e scrostata la nostra lavatrice.
Ingredienti:
L. 5 acqua
gr. 300 di sapone di vegetale intero o in scaglie
gr. 300 di soda per bucato
n° 15/20 gocce di olio essenziale a scelta
Preparazione:
Grattugiare (o fare a scaglie il sapone di marsiglia), poi mescolando, farlo bollire in acqua fino a quando non si è completamente sciolto.
Togliere da fuoco e aggiungere la soda per bucato e continuare a mescolare fino a quando il sapone non si è ben amalgamato.
Dopo di che unite le gocce di olio essenziale da voi scelto, mescolate bene e il vostro sapone liquido per lavatrice è pronto per essere imbottigliato e utilizzato.
Dosaggio e pulizia lavatrice:
E’ sufficiente per una lavatrice a pieno carico 1/2 tazza di detersivo per un bucato pulito e nel rispetto dell’ambiente.
Per tenere pulita la lavatrice e lontano il calcare, è sufficiente ogni tanto fare un lavaggio a vuoto a 40/60° con un litro di aceto (ottimo anticalcare e disincrostante da sempre).
Anche in Italia, come ormai in quasi tutte le parti del mondo, sono state scoperti vari siti che ripropongono esattamente le tre Piramidi di Giza in Egitto.
Sembrerebbe infatti certo che, le tre Piramidi più famose al mondo non siano le uniche esistenti sul nostro pianeta.
Sono state trovate piramidi in Cina, nei fondali marini (in particolare segnalo quelle scoperte nei fondali del triangolo delle Bermuda), piramidi in Antartide, piramidi in ogni parte del mondo Italia inclusa.
Questi sono i diversi siti segnalati nel nostro paese:
LOMBARDIA (Rovagnate LC) – Piramidi di Montevecchia:
All’interno del Parco del Curone, sono state scoperte nel 2001 dall’architetto Vincenzo di Gregorio durante una ricognizione aerea della zona e da allora sono stati fatti diversi studi.
Le tre colline (piramidi), sono rimaste nascoste nel tempo, coperte di vegetazione, ma la cosa risultata subito strana dai primi rilevamenti, fu che sia la base, l’altezza e la pendenza di tutte e tre le piramidi, è identica fra loro e questo in natura è alquanto impossibile.
Le tre piramidi di Montevecchia, sono piramidi a gradoni, infatti, secondo l’architetto, esse sono state modellate nella roccia calcarea della zona.
Inoltre, il loro orientamento è lo stesso delle più famose sorelle d’Egitto, in perfetto allineamento con le 3 stelle della cintura di Orione (Alnitak, Alnilam, Mintaka). Coordinate google earth: 45°23’N – 9°22’E
TOSCANA (Muggello) Piramide di Pontassieve:
Fotografate dall’alto da Stefano Manghetti, le tre piramidi sono simili a quelle della piana di Giza e da studi effettuati nella zona, sembrerebbe che, questa fosse addirittura già abitata da popolazioni antecedenti gli etruschi.
Ma c’è ancora molto da scoprire sulle colline (Piramidi) di Pontassieve. Coordinate google earth: 43°28’N – 11°24’E
LAZIO (Roma) – Piramide di Cestia:
Questa piramide, situata tra le Mura Aureliane e Porta San Paolo a Roma, sembrerebbe essere l’ultima rimasta di 3 piramidi (le altre due furono distrutte).
Tale Piramide come riporta un’iscrizione posta su una delle facciate, fu costruita come mausoleo funerario di Caio Cestio Opulone (membro di un collegio religioso incaricato di organizzare i banchetti pubblici per gli Dei) in 330 giorni tra il 20 e 12 A.C.
E’ alta 37 m., internamente rivestita in marmo bianco di Carrara e al suo interno c’è una camera funeraria.
LAZIO (Bomarzo VT) – Piramide di Bomarzo:
Scoperta solo di recente, è situata tra Soriano al Cimino e Bomarzo.
La struttura ha 26 gradini centrali e ha un’altezza di circa mt. 8 sul lato verso monte e mt. 16 sul lato verso valle.
Va considerato però che, a causa degli assestamenti del terreno verificatisi nei secoli, la piramide risulta essere interrata.
Come per tutte le altre, anche qui c’è ancora tanto da scoprire.
EMILIA ROMAGNA (Carpineti RE) – Piramide di Vessallo:
Scoperta nel 2009 dal Sig. Simone Corradini che, dopo aver comunicato la sua scoperta alla stampa, non ebbe il ben che minimo riscontro.
Da alcun i sopralluoghi e ricerche, la piramide ha una base quasi regolare, quadrata con il lati di mt. 100 e un’altezza di circa mt. 40.
Sono stati ritrovati anche alcuni fossili.
Ma la strada per effettuare ricerche più approfondite è ancora lunga. Coordinate google earth: Latitudine 44°25’N – 10°32’E
VENETO (Vicenza) – Piramide di Restena Arzignano:
Scoperta e fotografata dal Sig. Bastianello di Montorso (VI).
Tale presunta piramide, ancora tutta da scoprire, è molto simile a tutte le altre scoperte già nel nostro paese. Coordinate google earth: 11°20’54.00” E
CAMPANIA (Sant’Agata dei Goti BN) – Piramide dell’Ariella:
Scoperta nel 2008 dal Sig. Leonardo B. Romano.
Anche questa come tutte le altre in Italia è interamente ricoperta di vegetazione.
Circa 50 anni fa, nello spigolo sinistro di tale presunta Piramide, fu aperta una fessura a scopo estrattivo ma subito richiusa e non si seppero mai i motivi.
Nella stessa zona, il Sig. Leonardo e i suoi collaboratori hanno scoperto delle pietre tonde chiaramente lavorate dall’uomo di cui però non si sa ancora nulla.
Una di queste sfere con un diametro di circa mt. 1,5 rinvenuta sempre nei pressi della piramide, è ora scomparsa.
Verificando la Piramide con Google earth, si resta esterefatti dalla sua perfetta geometria.
Oltre a questa piramide riconosciuta ufficialmente, si trovano nella stessa zona altre due piramidi (quella di Moiano e quella di Caiazzo) che, con quella di Sant’Agata dei Goti fanno tre.
L’archeologa Gabriela Lukacs, recatasi sul luogo, dopo i primi rilevamenti, ha verificato che, le tre Piramidi sono in linea, come le loro sorelle d’Egitto, con la cintura di Orione.
Ovviamente, anche qui tutto è fermo e c’è ancora tanto da scoprire. Coordinate Google earth: 41°5’46.73”N, 14°31’25.40”E
FRIULI (UD) – Le piramidi di Cividale:
Le tre colline piramidi studiate dal Sig. Walter Maestra, sembra abbiano lo stesso orientamento delle piramidi di Giza, sono cioè allineate con la cintura di Orione.
Valutando la loro disposizione e la loro struttura difficile credere che siano opera della natura.
Nei pressi delle tre piramidi sorgono anche mura megalitiche e un ipogeo (antica costruzione sotterranea per lo più adibito a sepolcro) celtico.
Ma anche qui, abbiamo ancora tanto da scoprire.
LIGURIA:
Nei pressi di Albenga, sarebbe state individuate due piramidi completamente ricoperte di vegetazione.
Accertamenti e verifiche ancora non ne sono stati fatti ma sembrerebbe, trattarsi anche qui di piramidi, come le altre dissemina per la nostra bella Italia.
SICILIA (Catania) – Piramidi intorno all’Etna:
Intorno all’Etna, sono disseminate piccole piramidi costruite tutte allo stesso modo.
Una decina di queste sono già state fotografate e catalogate.
Si tratta di piramidi a gradoni perfette, con base rettangolare o base quadrata, con angoli arrotondati e non arrotondati, costituite da pietra lavica.
Sorge spontaneo chiedersi come mai tutte queste piramidi dislocate intorno all’Etna?
Sono state rinvenute piramidi anche nella zona di Alcantara e Pietraforata.
SARDEGNA – Piramidi e sfingi:
Diversi sono i siti scoperti in Sardegna. Inoltre nel Sinis è stata ritrovata una presunta statua che sembrerebbe una sfinge come quella della piana di Giza in Egitto.
Pozzomaggiore (Sassari): la scoperta è stata illustrata dal ricercatore Leonardo Melis. Ora, servono maggiori scavi e studi per accertare che si tratti di una piramide.
Monte d’Accodi (Sassari): costruita circa 4000 anni fa, è molto simile alle piramidi a gradoni Mesopotamiche. C’è ancora tanto da scoprire…
In questo articolo vi spiego come fare in casa un balsamo per capelli ecologico.
Anche nel caso del balsamo, come per tutti gli atri prodotti cosmetici o di pulizia per la casa, può essere prodotto in modo molto semplice a casa propria, utilizzando ingredienti naturali e soprattutto molto nutrienti.
Fare un balsamo per capelli ecologico, oltre a salvaguardare i nostri capelli da prodotti sempre più aggressivi (sempre più persone sono colpite anche da allergie ai prodotti in commercio), ci permette di risparmiare un sacco di plastica, soprattutto se consideriamo in media ogni anno, quanta ne utilizza e ne butta via ogni famiglia. Qui di seguito una semplicissima, nonché pratica ed economica ricetta per farsi a casa propria un ottimo balsamo per capelli ecologico.
Ingredienti:
L. 2 di acqua
n° 2 manciate di semi di lino
Preparazione:
Mettere acqua e semi di lino in una pentola e fare cuocere a lungo (oppure 20 minuti in pentola a pressione).
Si otterrà un liquido gelatinoso che andrà fatto raffreddare.
Successivamente filtrare il liquido e scartare i semi. Si otterrà così il nostro balsamo che potrà essere conservato in frigorifero per circa 20 di giorni.
Oggi vediamo una ricetta per fare in casa uno schampo per capelli ecologico. Sono migliaia le sostanze chimiche autorizzate e utilizzate per la preparazione di cosmetici e la maggior parte di queste sono sostanze inquinanti e dannose per l’ambiente e per noi stessi e la nostra salute.
Senza poi contare che, le grandi aziende che producono cosmetici (tra cui schampi e balsami), li hanno sempre testati su animali e almeno n° 500.000 cavie ogni anno sono morte in tutto il mondo per assicurare a noi l’utilizzo di prodotti sempre più profumati (e magari aggressivi per la nostra salute).
Senza contare che, come per la maggior parte degli altri prodotti in commercio, anche questi tipi di balsami ci impongono l’utilizzo di contenitori di plastica di cui il nostro pianeta è già avvelenato e saturo.
Quello che possiamo fare noi, per impedire che tutto ciò continui e per proteggere soprattutto noi e il nostro pianeta, è provare a farci in casa uno schampo per capelli ecologico che, oltre ad essere veramente efficace senza ne aggredire i nostri capelli e ne avvelenare noi stessi, sia completamente biodegradabile e non inquinante.
Ci sono varie ricette per preparare in casa uno schampo per capelli ecologico, vediamone una semplicissima.
Ingredienti:
n° 1 cucchiaio abbondante di farina di ceci
dl. 250 di acqua tiepida
n° 2 cucchiai di aceto
n° 10/15 gocce di oli essenziali (facoltativo)
n° 1 flacone vuoto
Preparazione:
Mettere farina di ceci (ottima per assorbire il grasso), e aceto in una terrina e mescolare finché il composto non sia ben amalgamato poi aggiungere l’acqua e mescolare finché tutto non si è amalgamato (fare attenzione a eventuali grumi).
Aggiungere a scelta le gocce di olio essenziale (preferibilmente oli che abbiano proprietà curative per i capelli come rosmarino, lavanda, limone).
Inserire il tutto in un flacone vuoto ed ecco pronto lo schampo
Varianti e consigli:
Lo schampo per capelli ecologico fatto in casa, può essere prodotto in vari modi.
Un’altra ricetta semplice semplice, ci suggerisce di usare un cucchiaio di bicarbonato sciolto in acqua calda per il primo lavaggio e 1/2 bicchiere di aceto (possibilmente di mele) e 4/5 gocce di oli essenziali (miscelati sempre ad acqua), per il secondo lavaggio. Se i capelli dopo averli asciugati, risultano troppo secchi, potete aggiungere, come ingrediente, un paio di cucchiai di olio di oliva o di cocco o di altri oli di vostro gradimento al primo lavaggio.
Un’altro metodo per produrre uno schampo per capelli ecologico, è quello di utilizzare il sapone di Castiglia liquido (un sapone a base di olio di oliva preparato nella regione di Castiglia in Spagna).
Per questo sapone si prepara un infuso con 1/2 litro di acqua e delle erbe fresche. Filtrare poi il tutto e aggiungere al liquido ottenuto 2 cucchiai di sapone liquido di Castiglia, uno di olio a scelta (cocco, mandorle, Jojoba) e 4/5 gocce di oli essenziali. Una volta ottenuto un composto omogeneo si può conservare in un flacone e usarlo di volta i volta.
Vediamo come preparare in casa un detersivo per piatti ecologico. Sappiamo tutti quanto la plastica inquini e quanto ormai il nostro pianeta ne sia saturo.
Sappiamo anche molto bene, quanto sia ormai sempre più diffuso anche l’inquinamento domestico.
I liquidi per lavare in piatti in commercio contengono per la maggior parte una gran quantità di additivi che non fanno certo bene ne a noi e ne al nostro ambiente.
Anche i detersivi per piatti ecologici, acquistati negli appositi negozi, contengono inquinanti seppur in quantità minima.
In particolar modo i saponi liquidi sono molto più inquinanti di quelli in polvere.
Per cercare di ridurre l’inquinamento, e soprattutto la vendita e la diffusione di prodotti che non solo minano il nostro ambiente ma la nostra stessa natura, potremo iniziare, per esempio, seguendo la ricetta di seguito descritta, a fabbricare in casa il detersivo per i piatti ecologico e diventare un pochino più ecologici anche noi, iniziando per primi a rispettare il nostro ambiente e la nostra salute.
Ingredienti:
n° 8 limoni
ml. 800 di acqua
ml. 200 di aceto
gr. 300 di sale
Preparazione:
Fate bollire i limoni come fossero delle patate.
Una volta bolliti tagliateli a pezzettini, togliete i noccioli e frullateli fino ad ottenere una poltiglia, se troppo densa filtrate con un colino non troppo fine.
Unite poi la poltiglia di limoni all’acqua, al sale e all’aceto e fate bollire fino ad ottenere circa 1/2 litro di liquido per i piatti ecologico.
In questo articolo parlerò del LuciaStove, un fornetto salvavita.
Ultimamente, ho letto di un fornetto che permette di bruciare biomasse senza produrre CO2, permettendo così di ottenere come risultato un carbone vegetale che è ottimo usato come concime, il “LuciaStove”. Già nel marzo del 2009, il Sole 24ore si era interessato all’argomento (definendo tale fornetto un “fornello salvamondo”), e al suo inventore (che ne ha registrato il marchio) Nat Mulcahy nato in Georgia da padre americano e madre Italiana. La LuciaStove è un fornetto pirolitico, permette cioè la scomposizione chimica di materiale organico per mezzo del calore e in assenza di ossigeno, si alimenta con foglie, rami o scarti agricoli, produce pochissimo monossido di carbonio e lascia come residuo il biochar, un potente fertilizzante. Sul mercato ci sono attualmente, diverse aziende che producono un fornetto simile ma la LuciaStove, è l’unica che sfrutta attentamente la dinamica dei fluidi per ottenere una combustione efficace al 93% contro un 7-12% di un fuoco aperto. Tutti i pirolizzatori del mondo sono chiusi per tenere fuori l’ossigeno, mentre la LuciaStove è aperta in alto e dotata di una piccola ventola laterale che, grazie anche agli ugelli in alto, permette, sfruttando tre diversi vortici che si creano all’interno, di far uscire un gas sintetico il quale bruciando forma una specie di cappa che consuma l’ossigeno impedendogli di entrare e al tempo stesso, esercita un tiraggio verso il basso che permette invece di entrare all’azoto. Circa tre etti di biomassa bruciano per un’ora e mezza producendo quindi energia termica e, dando come risultato, rilasciano circa un etto di biochar.
Ormai, i terremoti in Italia sono sempre più frequenti.
Secondo gli esperti dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), a nord est la placca adriatica spinge verso l’Europa correndo sotto le alpi, mentre a Sud, la placca inizia ad innalzarsi.
Ma per molti, le cause dei sempre più frequenti terremoti nel nostro paese, non sono solo dovute alle così dette “calamità naturali”, ma all’impiego sempre più frequente delle pratiche di fracking (perforazioni idrauliche che, una volta arrivate in profondità, piegano parallelamente al terreno e scavano canali sotterranei che vengono poi riempiti immettendo liquidi ad alta pressione: acqua e composti chimici di cui non sempre è chiara la reale composizione).
Questo sistema, il fracking, viene utilizzato dalle grandi multinazionali che hanno ottenuto le concessioni sul territorio italiano (Texane, Britanniche e Eni Italia) per ricercare nuove fonti di gas naturale da sfruttare.
In Italia infatti, il nostro territorio, è stato venduto per anni agli interessi delle grandi multinazionali con solo scopi economici. Il Governo Italiano, ha affidato loro, la concessione di utilizzare la tecnica del fracking.
I geologi americani, hanno già provato il legame che esiste fra il fracking e i terremoti.
Già nel gennaio dell’anno passato, la Professoressa Maria Rita D’Orsogna, in un intervento al Senato, apriva un interessante dibattito sulla questione dei terremoti in Italia:
“Abbiamo il dovere di occuparci attivamente di quanto stanno per fare le multinazionale texane, britanniche ed Eni All’Italia. Non sapere cosa hanno in serbo per noi queste multinazionale di rapina può essere per noi letale, disastroso per il nostro futuro, per l’incolumità della nostra popolazione, per l’ambiente in cui viviamo, per l’Italia stessa. Ricordiamoci che al peggio può non esserci fine certa, è bene che non arriviamo troppo tardi un’ennesima volta. Vogliamo tutti. E’ bene infine che si sappia che la sovranità sui terreni italiani è stata appaltata sempre alle multinazionali sopra descritte esautorando di fatto la sovranità di comuni, provincie e regioni sul loro territorio di pertinenza”.
Infatti, tale attività altera lo stato della crosta terrestre in modo da anticipare (triggerare) i terremoti in Italia e quindi, l’attività estrattiva di idrocarburi è ben conosciuta come una causa che può alterare la crosta in modo da triggerare appunto i terremoti.
L’immissione di liquidi ad alta pressione nel sottosuolo, altera lo stesso e l’incremento prolungato della pressione dei liquidi immessi provoca una diminuzione della resistenza della roccia che sotto la pressione di forze naturali ne agevola la rottura generando un terremoto.
A comprova di ciò, dopo che nel 2011 la città di Youngstown è stata colpita da circa una dozzina di terremoti, l’Ohio ha sospeso le operazioni di cinque pozzi utilizzati per il fracking e le autorità dello stato di New York hanno proibito di utilizzare questo metodo per l’estrazione, nei bacini idrografici delle grandi città.
Si dice che i terremoti in Italia, siano avvenuti, avvengano, tutti in zone che sono state interessate dalle pratiche del fracking.
Le numerose trivellazioni di questi anni, nelle zone comprese tra le province di Modena e Ferrara, sono una prova di come il fracking influisce sui terremoti in Italia. Infatti, proprio in queste zone si ha un’alta concentrazione di epicentri di numerose scosse.
Dopo lunghe battaglie anche nel nostro paese, forse siamo arrivati al bando del fracking. Nei mesi scorsi infatti, la Commissione Ambiente della Camera ha approvato una risoluzione che esclude da subito ogni attività legata al fracking. Con questa decisione l’Italia si allinea con altre nazioni Europee, tra cui la Francia, che già nel 2011 aveva vietato il fracking. Nei Paesi Bassi la società petrolifera olandese Nederlandse Aardolie Maatschappij ha ammesso in un comunicato dell’aprile di qualche anno fa, di aver causato tutti questi sismi e ha stanziato cento milioni di euro a risarcimento di tutti i cittadini che avevano subito danni durante gli ultimi terremoti.
Recentemente, sembrerebbe però che il Ministro per lo Sviluppo Economico, Flavio Zanonato, ad un convegno a Bruxelles dello scorso 5 novembre, si sia espresso a favore di “Shale gas” (un metano che costa meno di un terzo ma che per essere estratto necessita della pratica di fracking). Naturalmente, la notizia, che ha provocato forte indignazione e dure repliche da parte soprattutto di Legambiente, è stata smentita subito dopo dallo stesso Ministro Zanonato, ma sono tanti i dubbi che restano.
Anche Papa Bergoglio recentemente si è espresso a favore della cessazione delle pratiche di fracking.
Attorno all’estrazione di gas oltretutto, in Europa sembra ci sia addirittura un vuoto legislativo.
Infatti, non è obbligatorio dichiarare se nel processo di fracking si usano sostanze pericolose, non viene definito nemmeno come trattare le acque di scarico del fracking. Sono tante le mancanze che riguardano proprio la regolamentazione del fracking per l’estrazione di idrocarburi e tanti anche gli interessi economici purtroppo in gioco.
Già nel marzo del 2011 un articolo del Corriere della Sera annunciava la formazione di un’isola di plastica nel mare Mediterraneo.
Infatti, secondo la ricerca “l’impatto della plastica e dei sacchetti sull’ambiente marino” realizzata da Arpa Toscana e dalla struttura oceanografica Dapne di Arpa Emilia Romagna su richiesta di Legambiente, nel mediterraneo occidentale, tra l’Italia, la Francia e la Spagna, galleggiavano già allora 500 tonnellate di plastica con una concentrazione, addirittura maggiore di quella riscontrata nelle due più famose isole di plastica situate, la prima nell’Oceano Atlantico e la seconda nell’Oceano Pacifico.
Per il 90% si tratta di piccoli frammenti di plastica del peso medio di 1,8 milligrammi che galleggiano entro i primi 20 cm dalla superficie dell’acqua.
La plastica infatti, è costituita da polimeri sintetici originati dal petrolio e, con il passare del tempo, non si distrugge, ma si scompone in minuscoli frammenti che vengono chiamati micro-plastiche e sono questi frammenti che hanno portato alla formazione dell’isola di plastica presente ora nel Mediterraneo.
La maggior concentrazione, è stata riscontrata nei presso dell’Isola d’Elba e della Costa Azzurra, ma anche in Corsica e nell’arcipelago Toscano.
Ci vogliono fino a mille anni affinché una bottiglia di plastica si scomponga completamente.
I danni per i nostri mari, sono veramente inimmaginabili, incalcolabili e siamo già consapevoli, di quante specie di animali sono a rischio per questo motivo.
Le tartarughe marine scambiano i piccoli frammenti di plastica per piccole meduse e si soffocano ingerendoli, come testimoniato da numerosi studi effettuati in merito.
Ma non solo le tartarughe sono in grave pericolo, la concentrazione di plancton nei nostri mari è di 10 a uno rispetto ai frammenti di plastica e di plancton, tutti sappiamo si nutrono le balene e altre specie animali.
Secondo l’UNEP (United Nations Environment Programme: Programma della Nazioni Unite per l’Ambiente) e l’agenzia di protezione ambiente Svedese:
Di 115 specie di mammiferi marini 49 sono a rischio ingestione di rifiuti marini.Elefanti marini, delfini, capodogli, lamantini, sono tutti trovati a ingerire plastica.
Di 312 specie di uccelli marini, 111 sono a rischio in quanto note per aver ingerito plastica.
Ogni anno sono tra i 700.000 e un milione gli uccelli marini che rimangono uccisi per aver ingerito plastica.
Ancora questa estate appena passata, in alcuni notiziari si è parlato dello spiaggiamento di atri delfini sulle nostre spiagge e della morte di molte tartarughe e ancora si fanno tante supposizioni su questa strage di cetacei nei nostri mari, ma la vera causa sembra proprio essere l’isola di Plastica che si è formata nel Mediterraneo.
Tante le ipotesi che sono state fatte, tra cui il virus del morbillo, ma ancora nessun collegamento tra la moria di tanti mammiferi marini e la grande concentrazione di plastica che li avvelena.
Naturalmente trattasi di un caso che la moria di tanti delfini avvenga proprio nella zona dove la concentrazione di plastica in mare sia maggiore.
Oltretutto, molte specie di pesci, finiscono poi anche sulle nostre tavole mettendo a rischio tutta la nostra catena alimentare.
Lo Iodio è un elemento chimico. Nel nostro corpo è presente in un ormone tiroideo che controlla diverse funzioni del nostro metabolismo ed è quindi un elemento indispensabile nella vita di ognuno di noi.
La carenza di Iodio può portare a numerosi problemi di salute sia nei bambini che negli adulti.
I dati ufficiali per esempio, ci dicono che i problemi legati alla tiroide sono in aumento e che circa il 30% degli italiani ha disturbi legati ad essi.
Sembra che tale aumento sia da attribuirsi alla sempre più scarsa presenza di Iodio nel nostro organismo.
Tale carenza, nelle donne incinta o in fase di allattamento, può portare a deficit neuro cognitivi nei loro bambini.
La carenza di Iodio è anche un fattore di rischio per il cancro al seno, per l’insorgere di fibrosi cistiche, porta anche ad apatia, problemi di gozzo, problemi di digestione, tante veramente le problematiche legate alla carenza di Iodio.
Noi lo assumiamo dal cibo e dall’acqua di cui ci nutriamo e beviamo.
E un elemento essenziale nella dieta di ognuno di noi, oltre che per prevenire le malattie legate alla tiroide e a tante altre, anche perché contribuisce ad eliminare dal nostro corpo i metalli pesanti: fluoro, bromo, piombo, cadmio, arsenico, alluminio e mercurio.
In chirurgia, lo Iodio, è stato utilizzato per anni, lo stesso dottor Miller (professore di chirurgia all’Università di Washington) ha detto che ha usato per 35 anni lo Iodio per preparare la pelle dei suoi pazienti agli interventi chirurgici sostenendo che uccide il 90% dei batteri sulla pelle in 90 secondi.
Iodio veniva anche aggiunto dai fornai per dare morbidezza e sofficità all’impasto del pane, veniva usato per disinfettare le mammelle delle mucche prima della mungitura ed era anche contenuto nel latte stesso perché ne uccideva i batteri.
Quella quantità di Iodio assunta, è sempre stata sufficiente al nostro organismo per prevenire tutta quella serie di effetti collaterali dati proprio dalla carenza di Iodio e soprattutto legati alla tiroide.
Ma, dal 1980 in poi tutto cambia.
Lo Iodio viene bandito, considerato velenoso e viene introdotto dai vari governi il Bromo, bromuro, bromato, bromurato, oli vegetali bromurati (BVO).
Le mammelle delle mucche dovevano essere disinfettate con una nuova sostanza, il Bromo, un elemento chimico che si trova generalmente sotto forma di liquido corrosivo bruno rossastro.
E un pesticida molto potente e quando viene iniettato nel terreno, tutto muore.
E noi, poi ce lo ritroviamo negli alimenti che mangiamo, nel nostro pane.
Già negli anni 20 il Bromo aveva fatto il suo ingresso nelle case di tutti come Bromo-Selz, un’ottima cura per i postumi della sbornia.
Da allora ci vollero più di cinquanta anni prima che le controindicazioni del Bromo-Selz vennero alla luce. La stessa cosa per il Miles Nervine, altro tonico al bromo.
Basta leggere il New England Journal of Medicine per rendersi conto che tra il 1920 e il 1960 un numero considerevole di vittime del Bromo-Selz è finito negli ospedali psichiatrici affetti da psicosi e paranoie anche molto gravi.
Successivamente, il Bromo fu tolto da quei tonici ma a tutt’oggi è così diffuso che è impossibile evitarlo per chiunque.
Nella stessa guerra del Golfo sono state somministrate ai soldati americani dosi di piridostigmina bromuro e le statistiche sui soldati e sulle soldatesse rimandati a casa per problemi di psicosi sono ovviamente irreperibili.
Il bromo lo ritroviamo anche in alcuni inalatori per bambini e in diverse bevande energetiche.
Il Dottor Flechas, esperto mondiale sull’argomento, ha scoperto che i BVO contenuti in tali bevande causano psicosi e obesità.
Flechas, ha scoperto infatti che, bevendo queste bibite ricche di oli vegetali bromurati, il grasso del corpo si solidifica portando a obesità. Ecco perché anche questo è un problema sempre più diffuso fra i giovani e soprattutto fra la popolazione mondiale.
Basta pensare che, stando lontani da tali bevande e senza variare nulla nella propria alimentazione, si perdono circa Kg. 9 ogni anno.
Inoltre, l’uso sempre maggiore di BVO e la sua assunzione, porta i giovani a gravi problemi di paranoie e gravi psicosi.
Basti pensare anche a quanti giovani da dopo gli anni 80 ad oggi si sono sparati, hanno ucciso genitori, insegnanti, fatto stragi.
Cosa che prima di tale periodo non succedeva, i problemi erano altri, i malati di mente molto pochi e sicuramente il numero dei giovani violenti e irrequieti non era quello di oggi.
Per non parlare dell’effetto di molti antidepressivi come il Prozac che venivano utilizzati per contrastare gli effetti dei BVO contenuti nelle bibite che gli ignari bevevano.
Molti giovani Killer, facevano proprio uso di Prozac.
Il Dottor Guy E. Abraham, considerato il più grande esperto mondiale sul nesso Iodio-Tiroide, che ha anche ricevuto più premi di ricerca sull’argomento di chiunque altro e ha pubblicato le sue scoperte in The Iodine Project, ha affermato che l’eliminazione dello Iodio ha causato più dolore e morte che le due Guerre Mondiali messe assieme.
Ma come mai allora lo Iodio è stato sostituito dal Bromo?
Si sa che dietro tutto ciò che ci circonda, ci sono da sempre enormi interessi che, spesso, vanno al di là della nostra comprensione.
La nostra salute è un bene preziosissimo per ognuno di noi, per altri, le grandi lobby farmaceutiche, rappresenta da sempre un grande interesse economico.
Più ci ammaliamo, più diventiamo dipendenti dai farmaci che ci vendono e più gli portiamo soldi.
Se tutti stessimo bene, nessuno si ammalasse, per loro sarebbe un disastro economico.
Da qui sembra sia nata negli anni ottanta la guerra allo Iodio.
Ed è stata una guerra architettata così bene che, se chiedete al vostro medico informazioni sullo Iodio, la maggior parte di essi vi dirà che fa male ed è nocivo.
La verità sta nel fatto che lo iodio è un rimedio universale, ha un basso costo e previene molti disturbi e malattie.
Oggi come oggi, per sopperire alla forte carenza sempre in aumento di iodio, si può utilizzare la panacea, chiamata anche Lugol.
Contiene il 5% di Iodio e il 10% di ioduro di potassio in acqua.
Il Lugol viene usata da molti secoli a scopi terapeutici con enorme successo e ha un costo veramente basso.
Bastano poche gocce al giorno per integrare la carenza di Iodio nel nostro organismo e prevenire un sacco di disturbi e malattie legate proprio alla sua carenza.
Ma ovviamente non è molto facile procurarselo in commercio, anche se oggi come oggi in rete si trova ormai tutto.
Le stazioni dell’arte sono un complesso artistico-funzionale, composto da fermate della metropolitana di Napoli, in cui è stata prestata particolare attenzione a rendere gli ambienti belli, confortevoli ed efficienti.
La finalità principale è di combinare la fruizione del trasporto pubblico con l’esposizione degli utenti all’arte contemporanea, allo scopo di favorirne la conoscenza e diffusione.
La finalità secondaria è di riqualificare vaste aree del tessuto urbano e fungere da elemento motore per la realizzazione di nuove costruzioni che assumano il ruolo di luoghi focali della città di Napoli.
Le stazioni, distribuite lungo la linea 1 e 6 della rete, accolgono più di centottanta opere d’arte realizzate da novanta autori di fama internazionale e da alcuni giovani architetti locali, elemento, questo, distintivo dell’intervento urbanistico-funzionale che ha avuto la diretta conseguenza di combinare nelle stazioni differenti stili artistici.
Tale complesso urbanistico, tuttora in fase di espansione attraverso la costruzione di nuove stazioni, ha ricevuto numerosi riconoscimenti a livello internazionale.
Le stazioni dell’arte nascono da un progetto elaborato nel 1995 dal comune di Napoli nell’ambito della costruzione e del potenziamento del proprio sistema di trasporto sotterraneo.
Successivamente, con una delibera la regione Campania ha emanato linee guida da applicare per la progettazione e la costruzione di alcune stazioni della metropolitana napoletana (concepite, come già accennato, non solo come luogo di transito ma anche alla fruizione dell’arte), dando origine al processo che prosegue tuttora.
Purtroppo, non tutti siamo a conoscenza del fatto che il fluoro e/o fluoruro è molto tossico usato persino come componente dei veleni per topi.
Si tratta infatti di una tossina di scarto prodotta dalla lavorazione dell’alluminio. Non è presente in natura, tranne che in una piccolissima parte nei materiali radioattivi. Viene spontaneo a questo punto, chiederci come mai fin da quando eravamo bambini all’asilo ci davano le pastigliette rosa al fluoro I motivi sono due: Ovviamente, il costo di produzione del fluoro è bassissimo ma, essendo tossico ha sempre avuto dei costi di smaltimento elevatissimi.
Fin dagli anni 30, Hitler e i nazisti tedeschi studiavano un piano per il controllo delle masse. I chimici tedeschi elaborarono un piano: somministrare il fluoro tramite farmaci e distribuzione delle acque. Ecco quindi che con una massiccia campagna di disinformazione il fluoro ci viene tutt’oggi ancora consigliato nei dentifrici, nei collutori, nei medicinali (farmaci psichiatrici e ipnotici, anestetici, prozac), negli integratori, nei chewing-gum, dentifrici, nell’acqua potabile e in molti altri prodotti. L’Harward School of Dental Health ha fatto degli studi approfonditi scoprendo che il fluoro provoca addirittura il cancro. In alcuni paesi quali Danimarca Olanda, India, Belgio e Francia, è vietata l’aggiunta di fluoro all’acqua potabile. In Belgio il fluoro è stato addirittura vietato nei dentifrici, nei chewing-gum e negli integratori. Infatti, il Ministero della salute Belga, dopo aver effettuato vari studi sul fluoro, ha raggiunto la conclusione che danneggia il sistema nervoso e fa aumentare i rischi di osteoporosi.